Durante le ferie la retribuzione può risultare più bassa rispetto a un normale mese di lavoro. Non sempre, però, si tratta di un errore. La Cassazione chiarisce quando alcune voci possono essere escluse e quali limiti deve rispettare il datore di lavoro.
Stipendio più basso proprio nel mese delle ferie? La prima reazione può essere quella di pensare a un errore in busta paga, ma non è detto che sia così.
In alcuni casi, infatti, la riduzione può essere legittima. Tutto dipende da come è composto lo stipendio e, soprattutto, da quali voci vengono riconosciute soltanto quando il lavoratore svolge effettivamente determinate attività.
A chiarire il punto è stata la Corte di Cassazione con l’ordinanza numero 18529 del 2026, che ha affrontato il tema della retribuzione durante le ferie e dei compensi che possono essere esclusi.
Ferie pagate, ma non sempre con tutte le voci dello stipendio
Il principio generale resta fermo: durante le ferie il lavoratore deve ricevere una retribuzione sostanzialmente paragonabile a quella che percepisce quando è al lavoro.
Questo non significa, però, che ogni voce presente normalmente in busta paga debba essere corrisposta anche nei giorni di ferie.
Molti stipendi, infatti, sono formati da una quota fissa e da una serie di componenti variabili. Tra queste possono rientrare indennità, maggiorazioni e compensi legati a turni, trasferte, spostamenti, disagi o particolari modalità di svolgimento della prestazione.
Se durante le ferie queste condizioni non si verificano, alcune somme possono quindi non maturare.
Il datore di lavoro, però, non può ridurre la retribuzione senza limiti. Il vero nodo è l’entità della differenza tra lo stipendio ordinario e quello percepito nel periodo di ferie.
Secondo la Cassazione, una riduzione eccessiva potrebbe infatti avere un effetto dissuasivo: il lavoratore potrebbe essere spinto a rinunciare alle ferie per paura di perdere una parte troppo consistente dello stipendio.
Ed è proprio questo il limite che deve essere valutato.
La Cassazione sottolinea che non basta verificare se una determinata indennità viene normalmente pagata o se è collegata alle mansioni del dipendente. Occorre capire quanto pesa la sua esclusione sullo stipendio finale.
La valutazione deve quindi essere fatta caso per caso, tenendo conto di elementi concreti e oggettivi. Se la perdita economica è minima e riguarda somme strettamente collegate all’effettivo svolgimento di determinate attività, l’esclusione può essere considerata legittima.
Diverso il caso in cui la riduzione sia così rilevante da rendere economicamente svantaggioso andare in ferie.
Per capire se lo stipendio ricevuto durante le ferie è corretto, il primo passo è controllare le singole voci presenti nel cedolino.
In particolare, bisogna distinguere tra la parte fissa della retribuzione e i compensi che dipendono dall’effettiva presenza al lavoro.
Tra le voci da verificare ci sono la paga base, le indennità, le maggiorazioni per turni o orari particolari, i compensi per trasferte e spostamenti e le altre componenti variabili.
È importante controllare anche il contratto collettivo applicato e il contratto individuale, perché è lì che viene stabilito quali somme fanno parte stabilmente della retribuzione e quali, invece, maturano soltanto in determinate condizioni.
Un ulteriore elemento da considerare è la Retribuzione annua lorda, la Ral.
Pur non essendo sufficiente da sola a stabilire se una busta paga sia corretta, può aiutare a distinguere meglio tra la componente stabile dello stipendio e quella variabile.
In sintesi, quindi, ricevere meno durante le ferie non significa automaticamente subire un trattamento illegittimo.
La vera domanda da porsi è un’altra: quali voci sono state escluse e quanto incidono realmente sulla retribuzione complessiva?
È su questo equilibrio che si determina il confine tra una riduzione consentita e una decurtazione che potrebbe invece compromettere il diritto del lavoratore a godere delle ferie senza penalizzazioni economiche eccessive.

