Il rapporto TEHA con Edison e NextChem stima 105 miliardi di valore della produzione e un forte impatto sul Mezzogiorno.
Il trasporto marittimo genera il 14% delle emissioni del settore trasporti nell’Unione Europea e il 7% in Italia, mentre oltre il 95% della flotta europea e italiana utilizza ancora combustibili convenzionali.
È il punto di partenza del rapporto strategico “Decarbonizzare il mare, rafforzare l’Italia”, realizzato da TEHA Group con Edison e NextChem e presentato al 52° Forum TEHA di Cernobbio.
Lo studio individua nei porti uno dei principali snodi della transizione energetica. Gli scali dovranno infatti ridurre le proprie emissioni e, allo stesso tempo, garantire alle flotte infrastrutture di bunkeraggio, nuove fonti energetiche e servizi adeguati.
La trasformazione è spinta anche dalla regolamentazione. L’Organizzazione Marittima Internazionale punta alle emissioni nette zero entro il 2050, mentre nell’Unione Europea FuelEU Maritime e l’inclusione del settore nel sistema ETS stanno accelerando la decarbonizzazione.
Secondo TEHA, il cambiamento sarà graduale e basato su più combustibili. I fuel alternativi rappresentano già il 51% del tonnellaggio navale ordinato a livello mondiale e potrebbero raggiungere il 65,5% del mix energetico entro il 2050.
A guidare la crescita sarebbero soprattutto i biofuel, con una quota stimata del 50,7%. GNL e bio-GNL manterrebbero un ruolo importante nel breve e medio periodo, insieme al crescente utilizzo del biometanolo. Nel lungo termine aumenterebbe invece il peso di idrogeno, ammoniaca verde ed e-fuel.
Questa evoluzione potrebbe ridurre del 54% le emissioni del trasporto marittimo entro il 2050, nonostante l’aumento previsto dei consumi energetici complessivi.
Investimenti per 36 miliardi
Per adeguare porti, infrastrutture e filiere produttive, il rapporto stima un fabbisogno cumulato di 36 miliardi di euro entro il 2050.
Le risorse sarebbero destinate a sistemi di stoccaggio e bunkeraggio, unità ship-to-ship, elettrificazione delle banchine e sviluppo di una capacità produttiva nazionale per i carburanti alternativi.
L’impatto economico potenziale sarebbe molto più elevato. Gli investimenti potrebbero infatti generare 105 miliardi di euro di valore della produzione e 45 miliardi di Valore Aggiunto.
Oltre la metà di quest’ultimo, il 51,4%, potrebbe ricadere nel Mezzogiorno, grazie alla posizione strategica dei porti meridionali lungo le principali rotte del Mediterraneo.
Il costo del ritardo
Secondo lo studio, rinviare gli investimenti avrebbe conseguenze sia ambientali sia economiche.
Senza ulteriori interventi, il costo sociale cumulato delle emissioni potrebbe raggiungere 51,7 miliardi di euro tra il 2026 e il 2050, contro circa 40 miliardi nello scenario di transizione.
Il mancato adeguamento potrebbe inoltre comportare per l’Italia una perdita complessiva di circa 80 miliardi di euro di Valore Aggiunto entro il 2050, tra minore competitività, perdita di traffici e mancati effetti economici degli investimenti.
Una strategia in cinque punti
Per sostenere la transizione, il rapporto individua cinque priorità: aumentare la domanda di combustibili alternativi, definire una governance strutturata, ridurre il costo del bunkeraggio, reinvestire parte dei proventi ETS nel settore e sviluppare una filiera nazionale dei nuovi carburanti.
Edison punta sul ruolo del GNL, dello Small Scale LNG e su soluzioni come idrogeno e biometanolo. NextChem evidenzia la necessità di un mix diversificato di vettori energetici, mentre TEHA indica nella decarbonizzazione un’opportunità per rafforzare la competitività industriale e il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo.

